La disponibilità, a partire dalla metà del Novecento, di una compiuta teoria microeconomica della produzione ha offerto agli economisti agrari italiani il riferimento ideale per fornire risposta a quella che era percepita come una difficoltà storica dell’Economia agraria, vale a dire, la mancanza di un corpo teorico unitario della materia capace di rappresentare in modo sintetico la realtà economica agricola la cui unità produttiva si era andata via via trasformando da “azienda” in “impresa”. Il lavoro di Enzo Di Cocco sull’Economia aziendale che si sviluppa dagli anni Quaranta alla fine dei Sessanta e che approda ad una nuova sistemazione dell’Economia dell’azienda agraria segna una svolta decisiva nel percorso evolutivo della disciplina. Il lavoro tenta di delineare i termini mediante cui le problematiche relative alla determinazione degli ordinamenti produttivi aziendali agricoli e della loro rappresentazione analitica sono state storicamente affrontate dagli autori più significativi della tradizione pre-neoclassica e quelli, invece, propri della sistemazione marginalista della materia effettuata da Enzo Di Cocco. Emerge l’ampia capacità di tener conto della complessità della realtà fattuale da parte dei primi in contrapposizione alla inefficacia descrittiva ed esplicativa del riduzionismo assiomatico-deduttivo della trattazione neoclassica. Da una parte venivano attentamente considerate le reali condizioni della produzione e veniva individuato nell’attenta e complessa opera imprenditoriale di organizzazione e di adattamento reciproco dei “cooperatori” il meccanismo determinativo dell’ordinamento produttivo aziendale e la chiave di interpretazione del grado di efficienza produttiva; dall’altra parte, a tutto ciò viene sostituito il solo principio deterministico dell’uguaglianza tra produttività marginale dei fattori e loro prezzi. Laddove venivano considerati con estrema attenzione i complessi aspetti dell’organizzazione produttiva e della temporalità dei processi agricoli, viene fatto posto al solo meccanismo allocativo del mercato. Tuttavia, la ricchezza analitica degli autori pre-neoclassici pur esprimendo un compiuto e rigoroso paradigma conoscitivo della realtà oggetto di studio, non arriva e non aspira ad assumere la forma di sintesi perfettamente formalizzata tipica dell’impianto marginalistico, ragion per cui il fascino dell’elegante formalismo neoclassico, sebbene con ritardo rispetto all’Economia generale, ebbe alla fine la meglio sulla complessa articolazione descrittiva degli economisti precedenti. Tuttavia, anche con l’adesione della disciplina al paradigma marginalista l’Economia agraria non si è mai disfatta del tutto di quell’orientamento analitico e descrittivo proprio della sua tradizione. Non è certo un caso se nei manuali di Economia agraria accanto alla “teoria”, svolta in termini di curve marginali e prezzi di mercato, si trova quasi sempre anche un capitolo di “metodi” dove viene esposta una strumentazione metodologica che pur avulsa da qualsivoglia sistemazione teorica, continua a costituire il vero elemento di reale osservazione e lettura della realtà dello studioso. A partire dai “modelli aziendali” cosiddetti “neo-analitici” all’analisi dell’efficienza aziendale mediante indici, l’Economia agraria è stata continuamente percorsa da tentativi volti a cogliere la complessa articolazione della realtà produttiva agricola, tentativi che, in mancanza di una coerente e rigorosa cornice concettuale di riferimento si sono risolti nella elaborazione di strumenti spesso di indubbia rilevanza operativa ma di scarsa rilevanza teorica. La dicotomia tra teoria e metodi che ha fatto seguito all’adesione dell’Economia agraria al paradigma neoclassico, ha fatto sorgere l’urgenza di una rivisitazione critica del bagaglio analitico e teorico della disciplina e della ricerca di nuovi e più efficaci strumenti di rappresentazione della produzione agricola, dotati al contempo di quella generalità descrittiva ed esplicativa che solo una nuova teoria che fondi le proprie ipotesi sull’osservazione della realtà può avere. Il processo critico che si è sviluppato all’interno dell’Economia agraria a partire dai lavori di Georgescu Roegen, è giunto a prefigurare la possibilità di schemi teorici capaci di esprimere una pluralità di modelli rappresentativi. All’interno di questo modello generale che si esprime per mezzo di funzionali temporali di produzione e di costo, il modello neoclassico finisce per assumere il ruolo di un caso limite particolare, quello della produzione di fabbrica organizzata in linea perfettamente stabilizzata, quando si renda possibile, perché esplicitamente ininfluente, la considerazione dei caratteri temporali, organizzativi e, insomma, di tutti i vincoli che caratterizzano la produzione.

L'economia dell'azienda agraria: tra analisi dei processi e sintesi teorica

PETROCCHI, ROBERTO;
2009

Abstract

La disponibilità, a partire dalla metà del Novecento, di una compiuta teoria microeconomica della produzione ha offerto agli economisti agrari italiani il riferimento ideale per fornire risposta a quella che era percepita come una difficoltà storica dell’Economia agraria, vale a dire, la mancanza di un corpo teorico unitario della materia capace di rappresentare in modo sintetico la realtà economica agricola la cui unità produttiva si era andata via via trasformando da “azienda” in “impresa”. Il lavoro di Enzo Di Cocco sull’Economia aziendale che si sviluppa dagli anni Quaranta alla fine dei Sessanta e che approda ad una nuova sistemazione dell’Economia dell’azienda agraria segna una svolta decisiva nel percorso evolutivo della disciplina. Il lavoro tenta di delineare i termini mediante cui le problematiche relative alla determinazione degli ordinamenti produttivi aziendali agricoli e della loro rappresentazione analitica sono state storicamente affrontate dagli autori più significativi della tradizione pre-neoclassica e quelli, invece, propri della sistemazione marginalista della materia effettuata da Enzo Di Cocco. Emerge l’ampia capacità di tener conto della complessità della realtà fattuale da parte dei primi in contrapposizione alla inefficacia descrittiva ed esplicativa del riduzionismo assiomatico-deduttivo della trattazione neoclassica. Da una parte venivano attentamente considerate le reali condizioni della produzione e veniva individuato nell’attenta e complessa opera imprenditoriale di organizzazione e di adattamento reciproco dei “cooperatori” il meccanismo determinativo dell’ordinamento produttivo aziendale e la chiave di interpretazione del grado di efficienza produttiva; dall’altra parte, a tutto ciò viene sostituito il solo principio deterministico dell’uguaglianza tra produttività marginale dei fattori e loro prezzi. Laddove venivano considerati con estrema attenzione i complessi aspetti dell’organizzazione produttiva e della temporalità dei processi agricoli, viene fatto posto al solo meccanismo allocativo del mercato. Tuttavia, la ricchezza analitica degli autori pre-neoclassici pur esprimendo un compiuto e rigoroso paradigma conoscitivo della realtà oggetto di studio, non arriva e non aspira ad assumere la forma di sintesi perfettamente formalizzata tipica dell’impianto marginalistico, ragion per cui il fascino dell’elegante formalismo neoclassico, sebbene con ritardo rispetto all’Economia generale, ebbe alla fine la meglio sulla complessa articolazione descrittiva degli economisti precedenti. Tuttavia, anche con l’adesione della disciplina al paradigma marginalista l’Economia agraria non si è mai disfatta del tutto di quell’orientamento analitico e descrittivo proprio della sua tradizione. Non è certo un caso se nei manuali di Economia agraria accanto alla “teoria”, svolta in termini di curve marginali e prezzi di mercato, si trova quasi sempre anche un capitolo di “metodi” dove viene esposta una strumentazione metodologica che pur avulsa da qualsivoglia sistemazione teorica, continua a costituire il vero elemento di reale osservazione e lettura della realtà dello studioso. A partire dai “modelli aziendali” cosiddetti “neo-analitici” all’analisi dell’efficienza aziendale mediante indici, l’Economia agraria è stata continuamente percorsa da tentativi volti a cogliere la complessa articolazione della realtà produttiva agricola, tentativi che, in mancanza di una coerente e rigorosa cornice concettuale di riferimento si sono risolti nella elaborazione di strumenti spesso di indubbia rilevanza operativa ma di scarsa rilevanza teorica. La dicotomia tra teoria e metodi che ha fatto seguito all’adesione dell’Economia agraria al paradigma neoclassico, ha fatto sorgere l’urgenza di una rivisitazione critica del bagaglio analitico e teorico della disciplina e della ricerca di nuovi e più efficaci strumenti di rappresentazione della produzione agricola, dotati al contempo di quella generalità descrittiva ed esplicativa che solo una nuova teoria che fondi le proprie ipotesi sull’osservazione della realtà può avere. Il processo critico che si è sviluppato all’interno dell’Economia agraria a partire dai lavori di Georgescu Roegen, è giunto a prefigurare la possibilità di schemi teorici capaci di esprimere una pluralità di modelli rappresentativi. All’interno di questo modello generale che si esprime per mezzo di funzionali temporali di produzione e di costo, il modello neoclassico finisce per assumere il ruolo di un caso limite particolare, quello della produzione di fabbrica organizzata in linea perfettamente stabilizzata, quando si renda possibile, perché esplicitamente ininfluente, la considerazione dei caratteri temporali, organizzativi e, insomma, di tutti i vincoli che caratterizzano la produzione.
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